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Indonesia

Iran Jaya

L’Irian Jaya è la parte indonesiana della Nuova Guinea, ha un territorio molto vario e aspro, tagliato da est a ovest, per tutta la lunghezza dell’isola, da due catene montuose: Sudirman e Jayawijaya. Le cime sono molto elevate, il picco più alto supera i 5000 metri d’altitudine, con un paesaggio tipicamente alpino fatto di ghiacciai perenni e neve tutto l’anno. A sud delle montagne si estende la pianura costiera di origine alluvionale, con una flora composta da mangrovie, palme, eucalipti e acacie mentre la zona a nord è costituita da una impenetrabile giungla tropicale. La fauna è veramente varia e del tutto simile a quella australiana. Molti sono i marsupiali e i rettili, e circa 600 sono le specie di uccelli tra i quali spicca lo splendido uccello del paradiso. Il distretto dello splendido lago Paniai e la valle di Baliem, sono le zone maggiormente popolate e coltivate, e anche le più accessibili al turismo. Sulla costa il clima è molto caldo e umido, le piogge sono frequenti tutto l’anno. Nelle zone montuose a seconda dell’altitudine, fa caldo di giorno e freddo la notte, le piogge sono copiose ma soltanto nelle ore serali. L’Irian Jaya è molto diverso dal resto dell’Indonesia, sia geograficamente che etnicamente e culturalmente. La popolazione è infatti stata classificata Papua, come i loro vicini, gli abitanti della Papua Nuova Guinea del tutto simili ai melanesiani del sud Pacifico. I papuasi hanno la pelle scura, i capelli lanosi e i loro tratti somatici ricordano quelli degli aborigeni australiani. Essendo da sempre, le vie di comunicazioni limitatissime, le tribù sono vissute quasi in isolamento totale le une dalle altre, sviluppando così linguaggi e culture diverse. La lingua ufficiale è, come nel resto dell’Indonesia, il bahasa Indonesia ma sopravvivono ancora i tantissimi idiomi delle varie etnie. Una recente indagine ha calcolato che ne esistono da duecento a settecento. La religione prevalente è, soprattutto nell’interno dove esistono molte missioni cattoliche, quella cristiana ma, come sovente accade nell’arcipelago indonesiano, fortemente intrecciata con le religioni tradizionali presenti sull’isola dai tempi più remoti. Nella zona costiera, invece, ha una forte presenza l’Islam dovuta all’immigrazione giavanese.Quando i portoghesi arrivarono su questa fantastica isola, la chiamarono Ilhas dos Papuas, ovvero l’isola dei capelli crespi, dalla parola malese Papuwah. Più tardi gli esploratori olandesi la chiamarono Nuova Guinea, perché la pelle scura degli indigeni, ricordava loro gli abitanti della Guinea africana. Questa terra, dalla fine dello scorso secolo fu oggetto di forti contese da parte dei paesi colonialisti europei. L’Olanda controllava la metà ad ovest mentre Inghilterra e Germania si erano divisi il territorio ad est. A queste ultime due potenze subentrò poi, durante la prima guerra mondiale, l’Australia che amministrò l’attuale territorio della Papua Nuova Guinea fino alla dichiarazione d’indipendenza avvenuta nel 1975. Quando l’Indonesia ottenne l’indipendenza dall’Olanda, la parte dell’isola appartenuta alla colonia passò direttamente sotto il dominio indonesiano prendendo il nome di Irian Jaya. La parola Irian proviene dall’isola di Biak, situata a nord, e significa “terra calda che nasce dal mare”, mentre Jaya è una parola malese che significa “vittoria”. Il rapporto tra i Dani e gli indonesiani è molto discutibile, questi ultimi hanno tentato sin dal loro arrivo di instaurare la loro cultura, cercando di portare la cosiddetta civiltà, favorendo una forte immigrazione di indonesiani in questa valle, ma nonostante tutto ciò la cultura Dani ha prevalso. Nel 1977 ci furono una serie di combattimenti tra Dani armati di rudimentali archi, frecce e lance, e indonesiani che utilizzavano armi moderne, secondo alcune fonti non ufficiali i morti tra le tribù Dani furono circa 600. Un’opera più sistematica di civilizzazione è stata portata avanti dai missionari cristiani, in particolare dai protestanti i quali non sono mai stati molto tolleranti con i costumi locali. Attività separatiste sono sempre comunque latenti a causa dello sfruttamento delle ricchezze ed il mancato indennizzo per le popolazioni locali, e contro la forte immigrazione indonesiana ed il conseguente tentativo di assoggettamento culturale. L’economia dell’isola è fortemente ostacolata dalla mancanza di strade che penetrino verso l’interno e anche dalla malaria che flagella la parte costiera paludosa. Se si eccettuano alcune piantagioni di palme da cocco, caucciù e noce moscata l’agricoltura ha carattere di sussistenza. La principale risorsa risulta essere il petrolio che viene esportato attraverso il porto di Strong.In generale il periodo migliore per visitare Irian Jaya è da maggio ad ottobre quando il clima è meno umido in quanto le piogge si presentano meno intense. Nella valle di Baliem è consigliabile andare tra marzo e agosto quando la stagione è più secca. Per alcune zone di Irian Jaya bisogna essere in possesso di un lasciapassare, chiamato surat jelan, che viene rilasciato senza problemi presso i posti di polizia ed ha una validità variabile a seconda degli umori del funzionario. Per Jayapura, Sentani, Serong non c’è generalmente bisogno del surat jelan mentre è necessario per la valle del Beliem e altre zone più interne. Per una parziale esplorazione dell’isola nelle zone più accessibili sono necessari da un minimo di venti giorni ad un mese da trascorrere in vari trekking tra la valle del Beliem e la popolazione degli Asmat terminando con alcuni giorni di relax al mare nell’arcipelago di Biak. Jayapura, la principale città di Irian Jaya, è raggiungibile in aereo da Denpasar, Manado e da Jakarta con voli settimanali sia della Garuda che della Merpati. E’ possibile arrivare a Jayapura anche via mare da Jakarta, la navigazione è abbastanza lunga, dura circa una settimana, in quanto le motonavi che effettuano questo tragitto fanno diverse soste nelle altre isole indonesiane. Il costo di un viaggio in Irian Jaya è sicuramente più alto di quello in qualsiasi altra parte dell’Indonesia. Wamena è considerata la città più cara di tutta l’Indonesia e questo perché le merci arrivano qui in aereo. Anche a Kota Biak non esistono ad esempio alberghi molto economici. Per organizzarsi in proprio un’escursione di alcuni giorni bisogna prevedere circa 50.000 rupie al giorno per un guida ufficiale mentre per brevi trekking da effettuare in giornata la tariffa per le guide è generalmente di 5.000 rupie l’ora. Se invece ci si vuole affidare alle agenzie locali la tariffa si aggira intorno ai $ 50 al giorno tutto incluso. Viaggi avventura in Irian Jaya della durata di 21 gg. a partire da € 2.600. Diversi tour operator organizzano inoltre brevi escursioni di 5/6 giorni in Irian Jaya da Bali e dalle altre maggiori località turistiche indonesiane con un costo di circa € 880 tutto compreso. Il Lago Sentani s i trova poco distante da Jayapura, situato in mezzo a verdi colline dove si possono osservare le tradizioni locali così come vengono attuate nella vita di tutti i giorni dagli abitanti dei villaggi situati sulle sue sponde. L’ isola di Biak è considerata la porta di accesso di Irian Jaya, è possibile trascorrere alcuni giorni di relax su una delle sue belle spiagge. Le più popolari sono Bosnik, sulla costa est, dove è possibile effettuare delle immersioni e Korem, sulla costa nord, dove potrete osservare i giovani locali che si immergono per pescare perle. Ad agosto, tra il 9 ed il 14, si svolge solitamente il Festival di Baliem con combattimenti tribali, danze banchetti. Sempre ad agosto il Festival di Munara con danze tradizionali, regate e gare sui carboni ardenti. Segnaliamo poi, ad ottobre, il Festival delle Arti della Regione di Asmat con dimostrazioni sulla lavorazione del legno e danze mentre a novembre, tra il 15 ed il 17, il Festival di Fak Fak con gare, danze e incontri sportivi. Per avere informazioni più precise sullo svolgimento di questi eventi è bene rivolgersi agli uffici turistici locali. La valle di Baliem è situata a 1600 metri sul livello del mare, è lunga circa 80 chilometri e larga 15, si trova al centro dell’isola nel punto di incontro tra le due catene montuose. Fu scoperta solo intorno al 1938 e per questo evitò il contagio colonialista dei secoli passati. L’esploratore che per primo si avventurò in questo splendido e remoto angolo di mondo fu Richard Archobold il quale studiò approfonditamente sia il territorio che le tribù Dani che lo popolavano. Il centro principale della valle di Baliem è Wamena, una placida e fresca località a ridosso delle montagne. Costruita dagli indonesiani, è costituita da una fila di bungalows dai tetti in lamiera ed è sede del principale mercato della zona, così molti Dani si recano qui dai villaggi circostanti per commerciare i loro prodotti. Da qui si possono organizzare avventurosi trekking nella valle alla ricerca delle incredibili tribù Dani. Ci si immergerà in una natura che è sì meravigliosa e incontaminata, ma anche molto insidiosa, che necessita sia di una buona preparazione fisica che di un buon equipaggiamento, senza mai dimenticare di procurarsi una buona guida locale, magari di etnia Dani. Dani è il nome sotto il quale sono abitualmente raggruppate tutte le varie etnie originarie di questa terra. In realtà le tribù esistenti sono tante e molto diverse tra loro sia come caratteristiche somatiche che come costumi e organizzazione sociale. Tutti i Dani sono ottimi agricoltori, lavorano abilmente la loro terra, utilizzando antichi ma sofisticati sistemi di drenaggio dell’acqua, che permettono di avere una buona irrigazione dei campi. Principalmente coltivano patate dolci, se ne contano ben 70 diversi tipi, che sono la base della loro alimentazione, inoltre coltivano tabacco e carote. Allevano maiali, dei quali però si cibano solo durante le feste. Tradizionalmente il villaggio è composto da più costruzioni recintate, essenzialmente riservate agli uomini, alle donne e ai bambini, alla cucina e agli animali domestici. L’abitazione tipica Dani, chiamata honay, è di forma circolare con un particolare tetto a cupola in paglia. Gli uomini Dani conservano la tradizione antichissima di indossare l’astuccio penico, horim, che simboleggia la fertilità e al quale vengono attribuiti valori magici e rituali. Inoltre amano ricoprire i capelli e il corpo con grasso di maiale misto a fuliggine, questo al solo scopo di mantenersi caldi e in salute. Eccetto per l’astuccio penico, i Dani non usano abiti, ma solo ornamenti tipo collane e piume dell’uccello del paradiso. Più recentemente però, data la sempre più forte pressione dei missionari e degli indonesiani, i Dani si ricoprono con degli stracci. Nonostante le forti influenze dei missionari i Dani hanno mantenuto la poligamia, infatti il livello sociale di un uomo è ancora misurato dal numero di maiali e di mogli che possiede. Una tradizione particolare e cruenta riguarda le donne, le quali alla morte di un parente stretto si amputano le falangi delle dita delle mani per esprimere il loro dolore, capita così di vedere anziane donne ormai con le mani prive di dita. Generalmente le tribù Dani ricorrono alla cremazione per i loro morti ma in alcuni casi i defunti vengono essiccati con il fumo e quindi mummificati. Queste mummie sono completamente nere, sulla testa è posto un particolare copricapo di spago intrecciato a rete, decorato con perline, conchiglie e penne. Il corpo è ricurvo su sé stesso in posizione seduta, le braccia con le dita rattrappite abbracciano le ginocchia. In alcuni villaggi, come ad esempio Akima situata a soli 7 chilometri (circa 2 ore di cammino) da Wamena, è possibile, vedere e fotografare queste strane mummie, naturalmente dietro compenso. Gli Asmat vivono nella parte sud-est dell’isola dove la costa è piatta, intorno ad Agats ed è famosa per le sue produzioni artigianali in legno intagliato. La zona è stata raggiunta solo recentemente dalla moderna civiltà a causa della protezione delle montagne e della difficile accessibilità dal mare. Qui si può risalire uno dei numerosi corsi d’acqua che attraversano la regione incontrando tartarughe d’acqua dolce, coccodrilli, aquile di mare, pappagalli e diverse altre specie di uccelli.

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