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Nel paese della negritudine
©Paolo Del Papa
Il territorio senegalese, più di ogni altro in Africa occidentale,contiene tutti gli ambienti caratteristici del continente nero che si stende a sud dell’immensità sahariana,uno scrigno naturale dalle culture e tradizioni più diverse che ha ispirato il primo presidente poeta Leopold Senghor e tutti gli intellettuali africani legati allla cultura della “negritudine” per la riappropiazione di un universo travolto dal periodo coloniale.
Fu sempre terra di migrazioni,conquiste e commerci,antiche vie aperte dalle popolazioni che sfuggivano l’avanzata del deserto furono adoperate dalle carovane che venivano dal Niger,dai mercanti e condottieri musulmani che portarono l’Islam a sud del Sahel, dai trafficanti di schiavi,dagli avventurieri ed esploratori europei fino alla colonizzazione francese.
Seguire le vecchie vie attraverso il Senegal è come attraversare l’intero continente,il Sahel del nord popolato da antiche tribù di allevatori nomadi,poco a sud della regione del Ferlo e la vecchia capitale St.Louis si trasforma nellla savana abitata dalle popolazioni di agricoltori sedentari,lungo la costa atlantica si susseguono gli antichi villaggi di pescatori e a sud si stende la foresta tropicale abitata da tribù di agricoltori e cacciatori animisti.Le carovaniere provenienti dalla Mauritania e dal Mali arrivavano sul delta del fiume Senegal dove sorgeva un villaggio di pescatori su un’isolotto, i francesi vi crearono la prima capitale della colonia St.Louis collegandola alla terraferma dal lungo ponte di Faidhorbe,la cittadina prosperò con il suo porto e il centro amministrativo,poi il trasferimentio della capitale a Dakar portò la decadenza e il vecchio mercato di N’Dar tornò ad essere frequentato da nomadi e mercanti Pehul,Toucoleurs e Mauri. A pochi isolati dal vecchio mercato saheliano,il quartiere e il porto di Guet N’Dar è un mondo completamente diverso,sempre animatissimo al ritorno serale delle grandi piroghe cariche di pesce donato generosamente da secoli alle tribù di pescatori dal “Padre Oceano” e che contituano ad onorare costruendo le loro tombe decorate dalle reti da pesca sulla spiaggia.
Lasciando la costa,una vecchia via adoperata dai razziatori di schiavi porta a Touba,dove il santo Amadou Bamba M’Backé alla fine del secolo scorso fondò la setta islamica del “Mudrismo” regolata da una rigida struttura gerarchica sotto l’autorità di un califfo e dei “marabout” e alla quale i fedeli devono offerte e lavoro gratuito,facendo divenire il santuario ricchissimo e potente,ogni anno si tiene la grande celebrazione religiosa del “Gran Magal” che richiama oltre duecentomila fedeli da ogni angolo del paese con il loro obolo “adiya” per la gloria e la ricchezza della confraternita,divenuta anche una rilevante forza politica in Senegal.Ogni venerdì migliaia di fedeli si concentrano nella grande moschea controllati dai guardiani della confraternita “Baye Fall”,dopo la preghiera si recano alla tomba di Amadu Bamba M’Bake al centro del santuario per rendere omaggio al santo fondatore in un grande fervore che anima il cortile dominato dal minareto di ottantasei metri,il più alto dell’Islam.
Dakar
La storia di Dakar è intensa e recente,nel 1902 il governo coloniale francese decise di trasferire la capitale da St.Louis nel piccolo centro sull’Atlantico per la posizione del suo porto protetto dalla penisola di Capo Verde e sulle rotte tra l’Europa,l’Africa e l’America,da tempo ben note ai vascelli negrieri.Lo sviluppo fu rapido e disordinato nel consueto contrasto tra i quartieri residenziali più moderni e quelli popolari della città vecchia,tra i grandi edifici pubblici del palazzo presidenziale,l’Assemblea nazionale,l’ospedale municipale e altri,il Museo Ifan è l’unico che in qualche modo si ricollega all’Africa con con la sua grande raccolta di arte tradizionale,sussulto di “negritudine” rinchiuso tra anonime mura europee a ricordare che esistevano culture complesse molto prima dell’arrivo dei “civilizzatori bianchi”.
Nella città vecchia,la popolazione rappresenta tutte le etnie del paese emigrate nella capitale e che si sono raggruppate in quartieri distinti come grandi villagi urbani e degradati dove cercano di mantenere un tenue legame con le antiche tradizioni originali celebrando qualche festa o cerimonia tribale tra le strade fatiscenti,ma ormai patrimonio solo dei più anziani.La Medina fu creata dopo un’epidemia di peste nel 1914 e ha atirato la grande migrazione dalle campagne nel suo dedalo di stradine, botteghe e mercati animato da una popolazione eterogenea di Wolof, Lebou, Diola,Serere, Mandingo, Toucoleurs e altre comunità provenienti da tutto il paese,alla periferia di Soubedioune la spiaggia accoglie tutte le sere le grandi piroghe dei Lebou e Serere attese da una folla colorata e vociante che acquista il pesce appena sbarcato nel magnifico spettacolo del tramonto sull’Atlantico.
Tutti poi si perdono nel dedalo dei vecchi quartieri sul lungomare e tra i souq dove si nasconde la “Corte dei Mauri”dove gli artigiani dalla Mauritania vendono monili e gioielli ai neri di Dakar,dal minareto della Grande Moschea si spande preciso il richiamo del muezzin alla preghiera serale e la vita si interrompe per rapide orazioni prima di riprendere le attività fino a tardi.La domenica e i giorni di festa il traghetto per Gorèe è sempre carico di famiglie che si concedono una breve gita sulla spiaggia o sui prati ombreggiati dell’isola davanti Dakar ed è picevole passeggiare tra gli antichi palazzi,le mura e le case del vecchio centro coloniale,ma c’è un angolo dove tutti si fermano e anche i sorrisi dei bambini si spengono nell’orrore che trasuda dalle mura della “Casa degli Schiavi”.I nonni e i genitori leggono piano ai più piccoli le scritte sui cartelli che indicano le funzioni dell’edificio:la “stanza dell’ingrasso”,dove i neri razziati nei villaggi venivano ingozzati come oche per aumentarne peso e valore,la “cella delle punizioni”dove venivano spellati a frustate i ribelli,le stanze cupe ed umide dove stavano ammucchiati come animali prima di imbarcarsi su un varco che affaccia sull’Atlantico verso le piantagioni d’America.Ne morivano come mosche incatenati nelle stive durante la traversata,ma quelli che arrivavano erano i più forti e terminavano la loro esistenza tra gli stenti della schiavitù mentre venivano dichiarate varie “costuzioni democratiche” e “Diritti dell’Uomo” dai loro padroni oltre oceano.
Per qualche famigliola di Dakar la passeggiata domenicale continua su un promontorio dove rimangono le rovine di una vecchia fortezza del seicento che dominava il porto con le navi negriere in rada e i vecchi raccontano che vi risiede l’antico spirito protettore “Mame Cumba” il cui ricordo varcava l’oceano con gli antenati in catene che lo invocavano.
Scritto da Paolo del Papa
13-12-2006
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