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Turchia Anatolia

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Le antiche popolazioni dell’ Anatolia

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Dal corso superiore del fiume Eufrate fino al confine con l’ Iran si estende la più orientale tra le province della Turchia , nota nell‘antichità come Armenia, l’ Anatolia è una vasta regione aspra montuosa dominata ad est dalle vette del Buyk Agri Dogi di 5165 metri e Kùciik Agri Dogi di 3925 metri, appartenenti al biblico massiccio dell’Ararat dove la leggenda vuole che si fermò l’ arca di Noè dopo il Diluvio.Il popolamento della Turchia orientale è ancora più antico dei testi sacri ebraici e fu uno dei primi territori dove si svilupparono comunità umane organizzate, una delle prime “culle di civiltà’ della storia e da sempre contesa tra l’ Asia persiana e l ‘occidente. Dopo l’invasione delle popolazioni in indoeuropee, che determinarono la caduta dello Impero Hittita nel XII sec. a.C., vi fu un lungo periodo in cui l ‘Anatolia fu popolata da gruppi etnici sia indoeuropei che asiatici molto diversi tra loro ma che, tuttavia, svilupparono una cultura originale dai tratti comuni che venne poi soppiantata durante il periodo ellenistico prima e romano bizantino poi e della quale esistono poche testimonianze archeologiche e culturali. L’ Anatolia diventò un’ importante regione strategica tra l’oriente e l’occidente contesa prima tra greci e persiani, poi tra romani e parti, infine tra bizantini e sassanidi, fino al l’invasione dei Turchi Selgiuchidi nel XI secolo che vi introdussero la religione islamica e ne mutarono ancora una volta la composizione etnica e culturale.AS1TurkVan.jpg

Storia e tradizioni
In questo lunghissimo periodo di invasioni, guerre, radicali mutamenti culturali e religiosi, alcune popolazioni originarie delle zone più isolate e meno accessibili, riuscirono a conservare parte delle antichissime tradizioni tribali indoeuropee che integrarono a quelle introdotte attraverso i secoli all’ islamismo penetrato tra le montagne anatoliche nel medioevo. Alcune di queste antiche tradizioni hanno influenzato anche le popolazioni turche insediatosi in Anatolia dopo l ‘invasio ne dei Selgiuchidi con la creazione di sette religiose islamiche come quelle dei Bektasi, RIfa’ t, Naqsbendi e Nulevi, che riprendevano alcuni culti persiani basati su riti estatici pagani in netto contrasto con le regole mussulmane e duramente cambattute in Turchia dai tempi dell’ impero ottomano fino ad oggi. Altre tradizioni sono soprvvissute tra le gran di tribù anatoliche came quella dei Juruki, nomadi dell’est che conservarono molti culti pagani sebbene convertiti da secoli all ‘islamismo sciita, è anche il caso dei Takritaget che probabilmente discendono dalle prime popolazioni indoeuropee, convertiti anch’essi all’ islamismo sciita e che hanno integrato a credenze e riti magico religiosi pagani. Vi è infine la tribù dei Kizilbasi, la cui setta “Altilahi” sembra essere una sintesi delle varie credenze introdotte in Anatolia fin dai tempi più antichi, dal paganesimo persiano all’ islamismo e il cristianesimo, delle quali la manifestazione più evidente è la loro concezione della divinità came trinità e il particolare culto della Vergine Maria che, assieme a regole islamiche, si serve di una specie di ecaurestia del pane e del vino consumata con l ‘accompagoamento di musiche e canti tribali a luci spente, per cui sono chiamati dalle altre popolazioni “grraksòndiiran” “spegnitori di luci”.

I Kurdi

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In questo panorama di “sopravvivenza culturale”, la popolazione che più di ogni altra “riuscita a conservare gran parte delle caratteristiche originarie è quella dei Kurdi che vivono, oltre che nell’ est della Turchia, anche nelle confinanti regioni della Gesiria in Siria, l’ Armenia, il nord dell’ Iraq, l‘ Azerbagian, il Kurdestan e il Ker manshahan in Iran. Probabilmente i Kurdi discendono dalla potente tribù guerriera indoeuropea dei Kardukai, le cui prime tracce risalgono ad iscrizioni sumere ed assire e più tardi menzionata varie volte da conisti greci del V° e IV° sec.a.C., attualmente hanno perso la tipologia originaria con secoli di incroci con le popolazioni arabe, di lingua armaica e turche che abitano nelle varie zone che compongono il Kurdistan e dalle quali hanno adottato came seconda lingua l’arabo, il persiano o il turco, mentre quella principale resta il kurdo, del gruppo indoeuropeo, con i suoi tre dialetti principali Zaza, Gourani e Kenrani, considerato quello letterario ed ufficiale. Gran parte dei kurdi sono diventati agricoltori sedentari e la loro esistenza non sembra differenziarsi da quella delle altre popolazioni orientali anatoliche, vivono in piccoli villaggi nelle zone più isolate tra le montagne, costituiti da semplici abitazioni di legno o graticcio ricoperto di fango con due sole stanze, il “selamik” e l’ “harem”, con soppalchi per dormire, un armadio chiamato “dolap” e qualche cassa, i “sandik”, dove ripongano i pochi beni di famiglia.Nei terreni ricavati faticosamente dall’ aspro territorio delle vallate coltivano soprattutto grano, orzo e tabacco, pochi ortaggi e cotone, servendosi ancora di strumenti arcaici come i semplici aratri trainati da bovini o spinti dai contadini; le falci per la mietitura, gli attrezzi per la trebbiatura e i sistemi di irrigazione sono spesso simili a quelli raffigurati nei bassorilievi sumeri ed assiri. Ogni villaggio è autosufficiente con la sua produzione agricola, i capi di bestiame e l’ artigianato che coprono il fabbisogno della comunità, regolata dalle antiche leggi tribali e saldamente legata alla propria identità in un mondo arcaico simile a quello dell’antica Mesopotamia. E’ solo un impressione superficiale che la presenza di molti elementi “moderni” e, a volte, le armi automatiche portate dagli uomiini in alcuni zone riconduce ad una realtà “difficile” e drammatica nella quale i kurdi sono costretti da secoli per difendere la loro identità.In queste zone più isolate del Kurdistan, dove difficilmente i militari osano avventurarsi, è in parte sopravvissuto l’antico ordinamento feudale medioevale nel quale i discendenti dell‘ aristocrazia guerriera hanno diviso le loro vaste proprietà in tanti appezzamenti affidati ad affittuari ai quali va la metà della produzione.

©Paolo Del Papa

Scritto da Paolo del Papa

20-06-2006


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